A tu per tu con Leonardo Guarnieri

Quella di Leonardo Guarnieri, romano, per la comunicazione è una qualità naturale. Prima di intraprendere il suo percorso a CoopCulture, come responsabile ufficio stampa, il suo ruolo di portavoce  e comunicatore di Up with People – Viva La Gente, un’organizzazione americana senza scopo di lucro che utilizza un programma di cinque mesi che coinvolge viaggi, arti dello spettacolo, volontariato e vari workshop incentrati sulla comunicazione interculturale per insegnare ai giovani adulti come interagire in un ambiente multiculturale e creare cambiamento nelle comunità con esigenze diverse, accolse i consensi del Primo Ministro Andreotti per il suo modo di raccontare l’Italia all’estero. “Era il 1990 quando il Premier mi disse che Up with People negli anni ’70 e ’80 aveva contribuito a far parlare i governi tra di loro. Mentre i Capi di Governo si incontravano, le loro mogli, le first ladies, si organizzavano su come portare un gruppo di 150 giovani nel proprio paese. Fu proprio quello che accadde a me perché alle Signore Raissa Gorbaciova e Hannelore Kohl avevo presentato la necessità per i giovani russi che avrebbero preso parte al viaggio internazionale di Up with People – Viva la Gente, quella di essere introdotti in un gruppo che avrebbe “visitato” anche l’Italia,” ci racconta. Romano, da madre greca con origini siciliane e padre pugliese, era ancora un bambino quando con la famiglia si trasferisce prima a Parigi poi a Bruxelles. Si laurea in Lettere Classiche a La Sapienza e si specializza in epigrafia italica a cui associa un diploma in comunicazione internazionale all’università di Tucson, tema che poi approfondisce all’università di Denver negli Stati Uniti. Per più di 10 anni ha viaggiato tra USA, Canada, America Latina, Europa e Giappone ospite di famiglie e lavorando a progetti culturali per giovani internazionali con l’organizzazione non-profit americana. Tornato a Roma inizia la sua carriera in CoopCulture che lo porta a mantenere vivo l’interesse internazionale e a diventare comunicatore della cultura e del patrimonio culturale per il quale sviluppa ulteriori progetti di narrazione. Innamorato della diplomazia culturale, suona perfettamente il pianoforte e la chitarra e ha una passiona incontrollabile per la musica pop folk e rock. Keynote Speaker del terzo appuntamento del ciclo masterclass Growth L’ingaggio verso gli attrattori culturali, la mediazione, lo abbiamo intervistato per capire meglio il suo percorso.

Cosa ti appassiona di più del tuo lavoro?

Lo scambio culturale con le persone che accolgo nei siti della cultura e per il quale devo trovare risorse sempre nuove per poter accedere a nuovi strumenti di comunicazione che mi permettano di essere chiaro nell’illustrazione del patrimonio. Il mio lavoro è fatto essenzialmente di rapporti umani, di ricerca e di studio che vanno coniugati insieme. Per le mie esperienze pregresse e – penso – per la facilità di comunicazione, lavorando in una cooperativa che si occupa di gestione, valorizzazione e comunicazione di beni culturali riesco ad accedere a varie posizioni all’interno dei ruoli tra i quali quelli della formazione e dell’avviamento al lavoro del personale; quelli delle relazioni esterne e della progettazione. Il tutto, fuso nell’ottica dell’esperienza personale, offre la possibilità di un lavoro sempre nuovo, sempre diverso e di scarsa o inesistente routine. A volte non lo considero proprio un lavoro ma una parte della mia espressività quotidiana a servizio della gente.

Qual è il progetto a cui hai lavorato che ti ha dato maggior soddisfazione?

Non c’è un progetto che mi abbia soddisfatto più dell’altro perché tutti sono stati diversi l’uno dell’altro e, forse, l’uno la conseguenza dell’altro. Parliamo di didattica? La didattica, come forma di mediazione culturale, penso che sia una delle parti fondamentali delle relazioni esterne della cooperativa; con la didattica noi usciamo allo scoperto ed abbiamo una triplice responsabilità: soddisfare pienamente l’utente che si accosta alla nostra visita; soddisfare il nostro committente; soddisfare il servizio della cooperativa. Quando si eroga un servizio di mediazione culturale attraverso la didattica non si sta conducendo un’operazione del tutto personale o personalizzata ma l’operatore è in rappresentanza di: se stesso e il suo percorso accademico; del committente della cooperativa, ovvero lo Stato, i Comuni, i privati che affidano il servizio; della cooperativa nelle sue funzioni apicali che hanno offerto all’operatore la fiducia nel gestire il servizio. Devo dire però, che in più di 20 anni di carriera all’interno della cooperativa, riflettendoci ciò che mi soddisfa sono le persone che sono riuscito a selezionare nel tempo e che nel tempo sono cresciute professionalmente ed oggi hanno alle spalle un lungo e articolato percorso in cooperativa. Ragazze e ragazzi che ho visto crescere e diventare ottimi professionisti, buoni genitori, buoni cittadini. Ecco, si ritorna sempre ai rapporti umani. Naturalmente ci sono anche delusioni o abbagli o valutazioni affrettate ma sono la minima parte.

Ci sono dei progetti, in particolare, che hanno segnato il tuo percorso non solo in termini di crescita professionale ma anche personale?

Quando ho accompagnato in una visita didattica il Presidente degli Stati Uniti, Obama e l’Imperatore del Giappone. Aver comunicato i Musei Capitolini a gruppi di anziani provenienti da zone periferiche della capitale ed averli coinvolti in un progetto di comunicazione che gli ha permesso di sentire il senso di appartenenza al museo stesso ed al suo patrimonio, quella si, è stata una bella sensazione. I progetti sono tanti, potrei citare la cultura dell’accoglienza, le visite di inclusione sociale per stranieri immigrati e che da Roma ha avuto vari sviluppi sino a diventare un progetto sviluppato a cadenza annuale ad Agrigento prendendo il patrimonio del Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi quale oggetto per riconoscere radici comuni nel Mediterraneo per migranti e paese che accoglie, l’Italia in questo caso, l’Europa in senso più lato. Aver insegnato ad illustrare il patrimonio culturale ai non vedenti e vedere i giovanissimi operatori del servizio civile impegnati anche in questo servizio, è stato motivo di grande soddisfazione.

Ci racconti della tua esperienza con la città di Napoli e di Agrigento?

Per la Napoli Artecard diventata Campania Artecard  ho curato l’organizzazione sin dalla selezione del personale e poi la formazione e la progettazione di varie attività. Per il Parco Archeologico della Valle dei Templi, invece, mi sono trasferito ad Agrigento per analizzare quasi 3000 curricula, vedere 600 persone, prenderne circa 70 per poi farne dei professionisti della comunicazione culturale nei suoi vari aspetti.

Qual è il progetto che ti ha messo più alla prova?

Forse proprio quello al Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi. La Sicilia è una terra che conosco bene eppure aveva ancora molto da darmi. E’ stato difficile far accettare il ruolo di un concessionario esterno. Mi ero trasferito sul posto che amavo e che continuo ad amare, agli occhi di qualcuno rappresentavo colui che aveva “tolto” il lavoro a qualcun altro. Ogni giorno percorrevo circa 3km a piedi cercando di raggiungere i vari custodi nelle loro postazioni per offrire un caffè, una chiacchiera o un sorriso. Non ero ben accetto, però ci sono riuscito, molti di loro adesso sono miei amici. Ho dovuto confrontarmi con una società dove chi si riteneva più potente per status economico o immagine voleva prevalere sugli altri imponendo se stesso e la propria volontà. Non mi sono piegato, inoltre nel rappresentare la cooperativa non volevo e non potevo essere accondiscendente: valori e regole dettate dal Parco e/o dalla Regione andavano rispettate. Sono stato tacciato per mafioso, un pubblico prezzolato, fatto anche di giovani, guidato da un’incivile, mi ha gridato: “vattene mafioso”. Ecco, quella sera ho avuto paura. Sono stato male per giorni. Non me ne vengono in mente altri proprio perché i benefici che apporta questo lavoro sono tali per i quali dimenticare viene naturale. Ed i progetti lo sono per migliorare le situazioni e valorizzare beni culturali e territorio alcune volte in maniera semplice altre in maniera più complicata, alla fine però il risultato che si raggiunge è positivo e di piena soddisfazione.

 

Nella tua lunga carriera di comunicatore, quali sono secondo te le cose più importanti da tenere a mente quando si vuole raccontare un territorio?

Il legame tra il territorio e la sua gente. Il potere che l’ambiente umano ha sull’energia e il valore di un territorio. E’ un fattore di narrazione, un territorio, un paese, una città… parlano anche attraverso la propria gente. Mi spiego: a volte un bel posto, un monumento ma anche un ristorante dove si mangia bene, ad esempio, o un bell’albergo, possono essere contraffatti da espressioni o atteggiamenti poco chiari o “troppo evidenti”. Bisogna usare tatto, discrezione e signorilità. Conoscere tutti i fatti, raccontarli per dovere e per capitoli senza fare riferimento ad usi e costumi o tradizioni fa inciampare in quello che si chiama “atteggiamento di superficialità”, la comunicazione non è completa perché è scaduto il primo valore, quello del rapporto umano. Molto importante, regola fondamentale della comunicazione, è conoscere la biografia del nostro utente, ovvero conoscerne stili di vita, pensiero, abitudini per potergli narrare il territorio in maniera appropriata. Conoscere il suo paese e le sue abitudini. Ad esempio, nel narrare il Colosseo agli americani interessa tanto sapere delle lotte gladiatorie, di pollice alto o pollice verso; i latini vogliono sapere dei cristiani e delle verità legate ad essi; i tedeschi vogliono numeri e fatti. E i cinesi? Come raccontare ad un cinese di aC (avanti Cristo) o dC (dopo Cristo) quando loro non sanno nemmeno chi sia Cristo e come si sia evoluta la religione cristiana… Si fa riferimento al calendario? Ma il calendario cinese è diverso. Io faccio riferimento alle dinastie Ming ed in base alle loro corrispondenze all’anno del nostro calendario indico il periodo. Ma su tutto ciò c’è ancora tantissimo da dire….

Come si affronta la narrazione delle bellezze artistiche e culturali del territorio, come per esempio quello della Costa d’Amalfi, quando l’interlocutore è italiano, e quando è straniero? Su cosa di deve puntare per creare una narrazione interessante e accattivante?

La Costa d’Amalfi è un territorio variegato. Cito un esempio: da qualche tempo nei supermercati è in vendita un sacchetto di limoni che richiama alla Costiera, vedo che sono molto attraenti per l’etichetta. Ho visto un camion sul raccordo anulare con lo stesso logo e poi mare azzurro e rocce scoscese sul mare. Penso sia un’ottima pubblicità perché nel dare la sensazione del territorio, di trovarsi in quel territorio, alla fine vende un prodotto. La narrazione deve orientare, motivare e generare senso portando al con-senso. Deve sviluppare identità, ovvero il nostro utente deve sentirsi parte della narrazione, diventarne protagonista ed accedere al territorio. Un interlocutore italiano si affaccia alla Costa di Amalfi con una conoscenza di base che la lega al mare, al paesaggio, alla storia (le Repubbliche Marinare) ma anche alla tranquillità di una vacanza. Un interlocutore straniero molto spesso usa un’immagine mutuata dagli anni ‘50/’60 e che si è mantenuta inalterata nel tempo; quella romantica della costiera ricca di passioni. Eppure nella narrazione si deve andare oltre, si parte da lì per poi raccontare quanta grandezza la Costa d’Amalfi si sia guadagnata negli anni attraverso l’arricchimento delle relazioni nel territorio stesso, si citano vari esempi ma alla fine la conclusione è una: è il nostro interlocutore stesso che va reso grande perché ha scelto la Costa d’Amalfi, perché la costa d’Amalfi viene scelta da persone speciali che ne sanno riconoscere la ricchezza ed il valore del territorio.

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